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L'Equilibrista | Una storia di perdita, ricerca e rinascita


Mario è brillante, determinato e abituato al successo. Ha conquistato ricchezza e prestigio, ma per farlo ha sacrificato il tempo, gli affetti e tutto ciò che non poteva tradursi in un risultato.


Quando la perdita dell’amico di sempre spezza le sue certezze, è costretto a fermarsi. Il ritorno alle radici e l’incontro con una figura misteriosa lo spingono ad affrontare gli interrogativi evitati per anni, fino a mettere in discussione le scelte compiute e la persona che è diventato.

L’Equilibrista è un romanzo sull’amicizia, sul dolore e sulla possibilità di ricominciare. Una storia dedicata a chi si è smarrito nella frenesia quotidiana e sente il bisogno di ritrovare il proprio centro.

Per quanto tempo possiamo rimandare quello che conta davvero prima di accorgerci che il futuro non ci deve alcuna promessa?

Elemento grafico

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CAPITOLO 5

DUE BAMBINI

 

Aragona, negli anni Settanta, viveva al ritmo lento delle campane. I loro rintocchi attraversavano le strade, raggiungevano le case e si disperdevano sulle colline. Per gli adulti segnavano l’ora della messa, del lavoro o del pranzo. Per i bambini, i rintocchi del pomeriggio coincidevano con la fine dei compiti e il momento di correre fuori. Bastava che uno di loro comparisse con un pallone perché dai vicoli arrivassero gli altri, richiamati da un appuntamento che nessuno aveva bisogno di fissare.
Mario e Saverio si conobbero nel cortile dell’oratorio della Chiesa Madre. Avevano sette anni e quel pomeriggio si trovarono nella stessa squadra. Mario stringeva il pallone sotto il braccio e decideva le formazioni con la sicurezza di chi si sentiva già responsabile della partita. Saverio lo osservava senza protestare, divertito da quella serietà. Quando il gioco cominciò, scoprirono subito di muoversi bene insieme: Mario avanzava senza paura, Saverio vedeva gli spazi e gli passava la palla nel momento giusto.
«Vai, tira!» gridò Saverio.
Mario colpì con forza, ma il pallone superò il muro e finì nel cortile di una casa vicina. Per qualche istante tutti rimasero immobili. La proprietaria era nota per il suo carattere impaziente e nessuno voleva presentarsi alla sua porta. Mario guardò gli altri, poi scavalcò il cancello prima che qualcuno potesse fermarlo. Tornò poco dopo con il pallone e un graffio sul ginocchio.
«Sei matto», gli disse Saverio.
«Qualcuno doveva andare.»
Saverio gli porse un fazzoletto per pulire il sangue. Da quel giorno cominciarono a cercarsi ogni pomeriggio.
L’oratorio divenne il loro piccolo universo. Giocavano fino a quando la luce permetteva di distinguere le porte segnate con due pietre. Non c’erano arbitri e le regole cambiavano a seconda del numero dei partecipanti. Le discussioni erano frequenti, soprattutto quando Mario perdeva. Protestava per un fallo, contestava un gol o accusava gli avversari di aver spostato una pietra. Saverio aspettava che smettesse di gridare e gli ricordava che si trattava soltanto di una partita.
«Non è soltanto una partita se qualcuno bara», ribatteva Mario.
«Forse. Ma resta sempre una partita.»
Le loro differenze erano già visibili. Mario era competitivo, impaziente e desiderava arrivare primo in qualunque cosa facesse. Se cadeva, si rialzava prima ancora di preoccuparsi del dolore. Saverio era più riflessivo. Non gli mancava il coraggio, ma prima di agire osservava ciò che accadeva. Mario trascinava gli altri; Saverio impediva che l’entusiasmo diventasse imprudenza. Invece di dividerli, quelle caratteristiche li rendevano inseparabili.
A volte entravano nella Chiesa Madre dopo avere giocato. Il fresco dell’interno li accoglieva insieme all’odore della cera e al silenzio. Si sedevano negli ultimi banchi, cercando di non farsi notare, e osservavano il parroco preparare l’altare. Un pomeriggio Saverio disse che gli sarebbe piaciuto fare il chierichetto. Mario lo prese in giro, ma qualche mese dopo indossavano entrambi la tonacella bianca.
Durante la messa Mario doveva controllarsi per non distrarsi. Saverio seguiva i gesti del sacerdote e, quando l’amico dimenticava ciò che doveva fare, gli indicava con discrezione il momento di muoversi. Usciti dalla chiesa, tornavano immediatamente a essere due bambini. Riponevano le tonacelle, recuperavano il pallone e correvano nel cortile con i capelli ancora in ordine, sistemati dalle madri prima della messa.
Le loro famiglie vivevano con poco e conoscevano il valore del lavoro. I padri si alzavano presto, mentre le madri si occupavano della casa e della famiglia. Mario e Saverio non possedevano molti giocattoli, ma raramente avvertivano quella mancanza. Improvvisavano partite, inventavano gare e trasformavano le strade in territori da esplorare. Una bicicletta veniva condivisa, un’aranciata divisa in due, una manciata di monete bastava per sentirsi ricchi.
La domenica capitava che le due famiglie si incontrassero dopo la messa. Gli adulti parlavano davanti a un caffè, mentre i bambini aspettavano il momento di uscire. Le madri li richiamavano perché non sporcassero i vestiti buoni, ma dopo pochi minuti Mario aveva già organizzato una gara e Saverio cercava di evitare che finisse con qualche ginocchio sbucciato.
Nei pomeriggi più caldi si sedevano su un muretto all’ombra e parlavano del futuro. Mario immaginava città immense, automobili veloci e palazzi tanto alti da nascondere il cielo. Non sapeva ancora quale lavoro avrebbe fatto, ma era certo che sarebbe diventato importante. Saverio ascoltava e sorrideva, poi raccontava di luoghi lontani che aveva visto sui libri e che desiderava visitare.
«Io diventerò ricco», disse una volta Mario. «Così potrò fare tutto quello che voglio.»
«Proprio tutto?»
«Tutto.»
Saverio raccolse un sassolino e lo lanciò. «Io vorrei vedere il mondo, ma poi tornare a casa.»
Erano sogni infantili, pronunciati senza conoscere le difficoltà che li attendevano. Eppure contenevano già qualcosa degli uomini che sarebbero diventati. Mario guardava oltre le colline perché sentiva il bisogno di superare ogni confine. Saverio desiderava partire senza recidere il legame con ciò che amava. Uno pensava soprattutto alla meta; l’altro sembrava intuire il valore del ritorno.
La loro amicizia non era fatta soltanto di armonia. Litigavano, si provocavano e qualche volta trascorrevano un intero pomeriggio senza rivolgersi la parola. Mario si infuriava rapidamente; Saverio sapeva essere ostinato. Nessuno dei due, però, riusciva a mantenere a lungo la distanza. Il giorno successivo uno compariva davanti alla casa dell’altro con il pallone e chiedeva semplicemente: «Giochiamo?» Ogni contrasto terminava così, senza bisogno di spiegazioni.
Frequentavano la stessa scuola e percorrevano insieme la strada del ritorno. Mario camminava in fretta, impaziente di liberarsi della cartella. Saverio si fermava a osservare una lucertola sul muro o ad ascoltare il racconto di un anziano seduto davanti alla porta. Spesso Mario tornava indietro a cercarlo, protestando per il ritardo. Saverio lo raggiungeva senza affrettarsi troppo. Anche allora sembrava che uno corresse avanti e l’altro gli ricordasse di guardarsi intorno.
Nei giorni di pioggia si incontravano a casa di Mario o di Saverio. Giocavano a carte, sfogliavano fumetti e ascoltavano i discorsi degli adulti. Sentivano parlare di lavoro, di raccolti insufficienti e di parenti partiti per il Nord. Molte famiglie avevano qualcuno a Torino, Milano, Genova o in Svizzera. Le partenze appartenevano alla vita del paese e venivano raccontate come promesse di fortuna, ma anche come ferite alle quali bisognava abituarsi.
Mario non immaginava che presto quella realtà avrebbe riguardato anche loro. Per il momento Aragona gli sembrava il centro del mondo. Conosceva ogni strada, ogni cortile e quasi tutti coloro che incontrava in piazza. Accanto a Saverio sentiva che nulla sarebbe cambiato. L’infanzia possiede questa certezza: ciò che esiste da sempre sembra non dover finire mai.
Tra i ricordi di quegli anni, alcuni sarebbero rimasti più nitidi di altri. Mario avrebbe dimenticato molte partite, i risultati delle gare e persino i nomi di alcuni compagni. Non avrebbe dimenticato Saverio seduto sul muretto, il suono delle campane al tramonto e il modo in cui correvano verso casa quando le madri li chiamavano. Erano immagini semplici, ma custodivano una felicità che, da adulto, avrebbe cercato senza riuscire a riconoscerla.
Un momento, soprattutto, sarebbe rimasto legato per sempre alla loro amicizia: la festa di San Vincenzo.