Mario è un manager di successo, brillante e determinato, ma prigioniero di una corsa senza fine.
Quando la perdita dell’amico di sempre incrina le certezze, la sua vita cambia direzione: un ritorno alle radici, un incontro misterioso, una Tavola Magica di dodici chiavi che lo condurrà a guardare dentro di sé come non aveva mai fatto.
L’equilibrista è un romanzo di amicizia, dolore e rinascita, una parabola moderna che parla a chiunque si sia sentito smarrito nella frenesia del mondo e cerca un punto stabile, un’armonia da abitare.
È un viaggio che non appartiene solo a Mario, ma a ognuno di noi, perché la vera ricchezza non si misura nei conti bancari, ma nella capacità di vivere con equilibrio, coraggio e consapevolezza.
Il romanzo è il fase di scrittura.



(Estratto dal capitolo 13)
La piazza di Aragona, quella sera, sembrava un cuore pulsante. Le luci appese tra i balconi oscillavano lievemente al vento, riflettendosi sui visi dei bambini che correvano tra le bancarelle con lo zucchero filato in mano. L’aria sapeva di mandorle tostate, di vino rosso versato nei bicchieri di plastica, di frittelle che lasciavano tracce d’olio sulla carta. Mario si aggirava tra la folla ancora incredulo per quell’atmosfera: non metteva piede a una festa di paese da decenni, eppure ogni dettaglio gli ricordava qualcosa: un frammento della sua infanzia, un’eco delle estati spensierate, un richiamo che non poteva ignorare.
Stava osservando un gruppo di ragazzi intonare canti popolari, quando all’improvviso un brusio si levò dalla parte opposta della piazza. La gente si accalcava in cerchio, creando uno spazio vuoto nel centro. Mario, incuriosito, si avvicinò tra spinte e sorrisi, finché riuscì a intravedere la scena: un artista di strada stava preparando il suo spettacolo. Era un uomo che portava con sé un alone di mistero, difficile da definire. Il volto sembrava cambiare a seconda della luce: da certe angolazioni appariva giovane, vigoroso; da altre, segnato dal tempo, quasi antico. I suoi occhi, scuri e penetranti, avevano una profondità che non si lasciava leggere.
Davanti a lui era stata tesa una corda a circa un metro da terra, fissata tra due pali di legno. Nulla di spettacolare, nessun grande apparato scenico: solo una corda e la sua volontà. Ma l’attesa che si respirava tra la folla tradiva che non si trattava di un’esibizione qualunque. Mario rimase fermo, con le mani in tasca, in silenzio. Una voce dentro di lui lo spingeva a non distogliere lo sguardo.
L’equilibrista salì lentamente sulla corda. Il pubblico smise di parlare, come se un tacito accordo avesse imposto il silenzio. Con movimenti lenti ma sicuri, l’uomo iniziò a camminare. Ogni passo era calibrato, ogni gesto controllato. Non c’era esitazione, non c’era paura. La corda oscillava lievemente sotto i suoi piedi, ma lui la dominava come se fosse terra ferma. Mario sentì un brivido corrergli lungo la schiena: quell’uomo non stava solo camminando su una corda, stava mostrando una metafora vivente di ciò che la vita può essere.
Poi accadde qualcosa che lo lasciò spiazzato. L’artista si voltò verso il pubblico e il suo sguardo incontrò quello di Mario. Fu un istante brevissimo, eppure Mario ebbe la sensazione che quell’uomo lo avesse riconosciuto. Come se sapesse chi fosse, come se stesse parlando solo a lui. Cercò di scrollarsi di dosso l’impressione, ma non ci riuscì.
La camminata continuò, accompagnata da un mormorio di stupore e da applausi intermittenti. Mario, però, non riusciva a distogliere lo sguardo da un dettaglio che lo colpì più di ogni acrobazia. L’equilibrista indossava una semplice maglietta bianca, un po’ logora, con una scritta nera stampata sul petto. Una frase breve, diretta, che sembrava brillare sotto i riflettori improvvisati della piazza:
“Non sarà la ricchezza a salvarti, ma l’equilibrio.”